La redazione di editoriaragazzi.com ha una passione spiccata per i pop-up. In essi, secondo noi, è racchiusa l’essenza stessa della letteratura per l’infanzia, nonostante spesso non contengano parole: lo stupore, l’ingegno, l’immaginazione, l’equilibrio, il controllo, il viaggio verso l’altrove.
Ed è incredibile come questi libri suscitino in tutti – bambini, ragazzi più grandi e adulti – la stessa espressione di meraviglia, come se all’improvviso si fosse spalancata una porta su un mondo fantastico e inesplorato.
La prima domanda, dunque, scaturisce dalla pura curiosità. Come si diventa “paper engineer”? Per noi italiani il termine stesso è incredibile, visto che qui in Italia non esiste un riconoscimento ufficiale per questo mestiere così complesso e quindi non ci sono molti aspiranti “paper engineers”, nè scuole in cui possano formarsi.
DC - Il termine “paper engineer” è stato creato, in mancanza di un termine migliore, da Wally Hunt, fondatore della Intervisual Communications, società che produce libri pop-up. Non si tratta di una laurea, chiunque può autodichiararsi “paper engineer”. Io ho imparato quest’arte lavorando alla Intervisual Communications all’inizio degli anni ’80.
Quanto lavoro ci vuole, in termini di tempo, per realizzare un libro come “E un punto rosso”?
DC - Ho lavorato all’idea che poi è diventata “E un punto rosso” per oltre sette anni, ma non ogni giorno. Gli altri titoli della serie, invece, hanno richiesto un anno ognuno.
Come si concilia l’aspetto creativo con le problematiche legate alla progettazione? Ci sono limiti legati anche al budget dell’editore, per esempio, o le viene lasciata assoluta libertà di espressione?
DC - Ogni progetto è differente. Ci sono volte in cui il design è condizionato dal prezzo di vendita, che è determinato dall’editore. Un esempio è la mia serie sugli Insetti, in cui abbiamo mantenuto il prezzo basso progettando un design semplice. Per la serie del Punto Rosso, ho avuto completa libertà creativa e l’editore ha stabilito il prezzo solo dopo. L’unico vero limite in questo caso sono state le possibilità dell’operazione di assemblamento a mano.
Forme e colori: concetti spaziali che a tratti sembrano ispirarsi a famosi personaggi dell’arte universale. Soprattutto la sensazione di equilibrio suscita le stesse emozioni, almeno in certi passaggi, che si provano davanti a un quadro di Mondrian. È una nostra impressione o c’è qualche citazione?
DC – La serie del Punto Rosso si ispira al mio amore per l’arte post-impressionista, che include artisti come Matisse, Calder, Mondrian, Kandinskey, Duchamp e, più tardi, Munari. In effetti, se si guardano i libri con attenzione, si trovano riferimenti a questi artisti.
Abbiamo letto in un’intervista che le piace andare nelle biblioteche per vedere come i suoi libri siano stati distrutti. Ha anche dichiarato che le piacerebbe aprire un ospedale per pop up. La cosa interessante è che molti adulti ritengono che i pop up non siano libri per bambini in quanto nelle loro mani si rompono davvero presto. Lei come considera questo rapporto così fisico tra bambini e pop up? Quando vede un suo libro distrutto, cosa prova?
DC – Mi piace pensare che i libri pop-up siano per bambini di tutte le età, dai 2 ai 102 anni. È vero che i pop-up possono essere danneggiati dalle mani dei più piccoli, ma la mia esperienza con i miei figli mi ha insegnato che i bambini possono imparare a maneggiare questi libri senza romperli.
Penso che i pop-up siano ottimi per i bambini piccoli perché, come diceva Maria Montessori, loro imparano interagendo con le cose, toccando, percependo, giocando, eccetera.
L’interattività di un libro pop-up può aiutare un lettore riluttante a imparare ad amare i libri.
La ragione per cui mi piace studiare i libri danneggiati da un uso eccessivo è che spero di capire come si rompono i pop-up e di progettare poi delle strutture sempre più resistenti e durevoli.
Quando vedo i miei libri danneggiati, non provo una bella sensazione perché vorrei che il mio lavoro durasse per sempre, qualcuno ha speso dei soldi per comprare il libro e a me viene da chiedermi se avrei potuto progettarlo meglio.
Abbiamo usato i suoi pop up in classi di scuola superiore con alunni socialmente ed economicamente svantaggiati. Le reazioni sono state sorprendenti: attenzione, interesse, curiosità, tutte cose che non si erano riuscite ad ottenere in nessun altro modo, sono spuntate fuori all’improvviso proprio come le figure tridimensionali dei suoi libri. Crediamo dunque che i pop up possano avere una sorta di effetto terapeutico sull’immaginazione e sulla voglia di capire come funzionano le cose. Lei che ne pensa?
DC – Sono d’accordo. A scuola non me la passavo bene, avevo difficoltà a imparare a leggere. Sarebbe stato bello avere i pop-up quando ero bambino perché penso che sarei stato catturato dalla magia dei libri molto prima.
Sono sicuro che i ragazzi là fuori che sono come me, non proprio predisposti alla scuola, potrebbero imparare di più dall’osservazione e dal lavoro pratico. Di nuovo, l’interattività dei pop-up aggiunge un altro livello all’accesso all’informazione. E spero anche che i miei libri siano divertenti e stimolanti per la mente.
Pensiamo che il suo sia uno dei mestieri più belli del mondo: la tecnica e la progettazione al servizio della fantasia e della bellezza. Come si svolge la sua giornata lavorativa? Fa delle ricerche su forme o materiali? Si ispira a qualcosa o tutto scaturisce dalla sua immaginazione? Ha mai momenti di frustrazione per qualche “magia” che non le riesce subito? Qual è stata la figura più difficile da progettare?
DC – Lavoro nel mio studio ogni giorno. A volte ho un’idea per una struttura e altre volte semplicemente comincio a tagliare e incollare. A volte studio sodo per trovare le idee giuste, altre volte invece l’idea mi salta semplicemente fuori dalla testa. Ogni progetto è diverso.
Ci sono giorni in cui le cose non funzionano come le avevo pianificate, così devo rifare la struttura 20 o 30 volte prima di raggiungere il risultato che desidero, oppure alla fine rinuncio e cambio direzione. Tengo diversi notebook Moleskin sparsi in casa e nello studio, così quando l’idea arriva sono pronto a catturarla. La figura che mi ha dato più filo da torcere è stata la numero sei del Punto Rosso, i Sette Pallidi Pallini Blu...
Sarebbe bello avere un’intera casetta pop-up da caricare in macchina o in treno e aprire dove si vuole... ha mai costruito qualcosa di più grande di un libro? O ci ha mai pensato?
DC – Niente male come idea, le case pop-up. Il pop-up più grande che ho fatto era di circa un metro e mezzo per un metro e mezzo, per una mostra alla Blue Line Gallery a Roseville, in California.
Ho discusso con una famosissima rock band inglese della possibilità di costruire dei pop-up enormi come scenografie per il loro palco. La carta ha dei limiti, perciò sono veramente interessato a sperimentare il metallo e altri materiali per fare i miei pop-up. Bruno Munari costruì pop-up in metallo e legno, le chiamava “sculture viaggianti”, quindi so che è una cosa possibile.
Noi la ringraziamo molto per la sua disponibilità all’intervista, speriamo di vedere presto altri suoi libri qui in Italia!
A warm Ciao from all the staff at Editoriaragazzi.com.