A guardare le recensioni fatte, ci siamo accorti che Robin Williams ritorna spesso come attore in memorabili film per ragazzi.
Ma forse questo film rimane il più memorabile.
Il titolo italiano differisce, come spesso accade, dall’originale “Dead Poets Society” (La società dei poeti estinti) e per una volta forse porta valore aggiunto.
La storia è stranota a tutti e ormai è entrata a far parte dell’immaginario collettivo riguardo al vecchio-e-austero-college-per-rampolli-di-buona-famiglia, secondo forse solo al più recente apporto cinematografico della saga di Harry Potter.
Nel film una serie di micro-storie che si intrecciano, spaziando tra i più usuali problemi adolescenziali dei ragazzi protagonisti: dall’incapacità di reagire al dispotismo paterno al desiderio di amare nonostante i divieti, alle passioni incontrollate e fulminee che rapiscono a quell’età. Un’efficacia corale di raro equilibrio, supportata dalla presenza del giovane professore (Williams), qui al suo apice artistico e stilistico.
È interessante rivedere la pellicola oggi per coglierne lo status di classico nonostante i 20 anni e più di vita e per osservare i particolari che si erano persi e, perché no, notare tra i giovani ragazzi qualche attore che poi avremmo ritrovato, solo per fare un esempio, tra le file del Dottor House.
La storia la sappiamo ma non mancheranno le risate e quel senso di libertà nelle lezioni del professor Keating, come non mancheranno le lacrime nella scena clou del padre che raccoglie il figlio esanime dal tappeto, esempio esemplare di utilizzo della tecnica del rallenty.
Imperdibile revival da Oscar.
C’è chi ironicamente sostiene però che la frase Whitmaniana “capitano, mio capitano” abbia rovinato un’intera generazione di giovani insegnanti… e che abbia creato non poche noie ai bidelli nel ripulire dalle impronte le cattedre di mezzo mondo.