"Dio mi liberi dalla saggezza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall'orgoglio che non s'inchina davanti a un bambino." Kahlil Gibran
 
 
 
   
 
 
 
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  Lettera di Silvana De Mari per il suo nuovo romanzo, sull’infibulazione.

Gentile redazione,
scrivo questa lunghissima lettera – so che è lunghissima ma, credetemi, vale il tempo di essere letta – per presentarvi il Gatto dagli occhi d’oro, libro per ragazzi dai 12 anni in su.
Letteratura “per ragazzi” è un termine riduttivo. In realtà, se un libro è buono per un ragazzo di 12 anni, lo è anche per un uomo o una donna di sessanta. Il termine “per ragazzi” indica alcune caratteristiche: un ritmo molto veloce, la trama avvincente, la presenza di elementi fiabeschi e di qualche scintilla di magia. In realtà, la magia non è infantile. La magia sostituisce in campo letterario un’altra parola che comincia per “m”, cioè miracolo, e altro non esprime che il nostro struggente desiderio di poter contare su una provvidenza che vegli su di noi, e che di tanto in tanto violi le leggi della natura per darci una mano.
La letteratura fantastica ci permette di parlare di argomenti atroci restando su un piano di leggerezza. La letteratura per ragazzi ci dà possibilità enormi, oltre ad avermi permesso di scrivere un libro che tocca il difficile tema dell’infibulazione, pur conservando la leggerezza sufficiente.
Questo libro tratta dunque dell’infibulazione e della necessità etica di fermarla. Non esiste relativismo che possa giustificare la tortura di un bambino. Esiste una scienza che si chiama fisiopatologia del dolore, che ci dice come un bambino torturato subisca alterazioni devastanti e permanenti a tutta la sua struttura fisica e psichica.
Questo libro è dedicato alla scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali, infibulata a cinque anni come descritto nello straordinario libro L’infedele, ma soprattutto grandissima combattente contro il relativismo che mette sullo stesso piano il rispetto dei diritti dell’individuo e la sua mancanza.

Sono un chirurgo e ho lavorato anche in Africa. Ho visto per la prima volta un’infibulazione all’ospedale di Bushulo, in Etiopia. Le sale operatorie erano african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa dell’infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più a espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, cioè un gonfiore dei tessuti, che lo aveva chiuso. (...)

 

CLICCA QUI per scaricare la lettera completa.

redatto il 15-12-2009
  stampa di Davide Burattin
       
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