"Dio mi liberi dalla saggezza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall'orgoglio che non s'inchina davanti a un bambino." Kahlil Gibran
 
 
 
   
 
 
 
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  Incontro con l'autore
  Pablo Auladell
(Alicante, Spagna)

- Qualche parola per presentarti?
Buon giorno a tutti da questa sponda del Mediterraneo.

- Ci puoi raccontare qualcosa di te?
Sono un illustratore ipermetrope. Capire che i nostri limiti sono la nostra ricchezza è davvero faticoso ma ora so bene che la mia ipermetropia è il filtro attraverso cui vedo il mondo, come nessun altro può fare.

- C’è un posto speciale dove disegni? Ci racconti che aspetto ha?
Lavoro a casa in uno studio piccolo. Una grande tavolo, un computer, scaffali con libri, schedari, un mobile con cartelle, un cavalletto, una finestra con molta luce. Qualche bambino in mezzo, alcune volte.

- Realizzi sia fumetti che illustrazioni. Com’è stato il tuo percorso? Come hai scoperto la tua “verve” creativa?
Credo che non si possa scoprire. Non ci si alza dal letto e si dice: sarò illustratore. Nel mio caso, l’attività artistica è legata indissolubilmente al mio modo di intendere la vita. Io disegno per necessità biologica, proprio come provo il bisogno di bere. Se mi sono dedicato al fumetto e all’illustrazione in generale, è sicuramente perché entrambe sono arti ibride che mettono a confronto e combinano testo e immagine, due percorsi che mi interessano moltissimo: l’espressione scritta e l’espressione grafica.

- Con quale libro hai esordito come illustratore?
Con “Mar de sábanas” un racconto di Pablo Albo (uno scrittore col quale, al momento, collaboro), edito da Anaya. Con questo libro abbiamo vinto il Premio Internazionale del Libro Illustrato per Bambini Città di Alicante.

- Come si può descrivere il mestiere dell’illustratore?
Mi sembra un mestiere molto completo, per il quale servono molte altre abilità oltre a disegnare con una certa bravura. Si tratta di una professione poliedrica: l’illustratore, molte volte, è allo stesso tempo un artista, un agente, un rappresentante, un contabile, un conferenziere, un insegnante… Personalmente darei qualsiasi cosa per dedicarmi esclusivamente al disegno, senza dubbio. Penso che, in fondo, quello che ho sempre desiderato è che mi lascino tranquillo. Però è la cosa più difficile da raggiungere nella vita.

- Guardando alla tua produzione c’è un libro che ti piace particolarmente?
Vedo i libri che ho realizzato fino ad ora come una collezione di insuccessi. Nessuno mi soddisfa. Credo che così debba essere. Se mai mi sentissi soddisfatto non potrei più fare nulla. Solo con la consapevolezza, chiarissima, di aver fallito col lavoro portato a termine, si può tirar fuori l’energia necessaria per affrontare quello successivo.

- Atmosfere sospese tra realtà e sogno, abilità narrativa caratterizzata da un’esecuzione elegante, ricerca estetica di grande raffinatezza e, se vogliamo, con numerosi rimandi alle principali correnti dell’arte moderna (simbolismo, espressionismo, surrealismo, ecc.). Da dove nasce tutto questo mondo immaginario e come riesci a dare una forma alla tua sensibilità interpretativa? Cosa cerchi quando illustri un racconto?
Ogni artista è un ladro, uno che ruba il sacro fuoco degli altri artisti. Così è e così deve essere, perché non c’è altra maniera di creare se non cominciando dalle opere di chi ti ha preceduto. Nel mio caso si può parlare di un lentissimo apprendistato e di un accumulo di tutte quelle conoscenze che io cercavo per i miei lavori; si è trattato poi di costruire un vocabolario grafico adeguato a ciò che desidero raccontare o a quello che penso debba essere detto. La prima cosa che cerco di rintracciare in un testo è la sua propria voce, il segreto della sua cadenza, la sua anima. E a partire da qui mi spingo fino a dare forma al testo con una immagine.

- Il tuo primo libro uscito in Italia è “Isis” per Orecchio Acerbo… un racconto particolare, non proprio “per bambini”.
Sì, è un libro per tutti. E poi, in ogni caso, quali libri possono essere considerati per bambini e quali no? Ricordo di come, da piccolo, restavo affascinato dai libri che mio fratello, molto più grande di me, teneva in casa sua. Non li capivo proprio ma, in ogni caso, ero soggiogato a tal punto che potrei dire di essere stato quasi avvelenato… e quel veleno, dentro di me, mi ha portato poi ad essere il lettore che sono oggi. Non mi piace che la lettura sia “guidata”. Credo che i libri debbano stare alla portata dei bambini proprio come le finestre sulle quali possiamo liberamente affacciarci o meno.

- Per celebrare il suo decimo anniversario, la casa editrice Kalandraka ti ha chiesto di illustrare un racconto dei fratelli Grimm, la “Casetta di cioccolato” – il tuo secondo libro pubblicato nel nostro paese. Come hai affrontato l’interpretazione di  testo classico?
In realtà ho affrontato il testo nella stessa maniera di tutti gli altri: con l’onestà di provare a compiere un buon lavoro e la preoccupazione di realizzare qualcosa di veramente interessante. Vero è che quando si tratta di un testo classico, a maggior ragione nel caso di questo che è molto conosciuto e ha avuto numerosi interpreti, quello che si cerca soprattutto è di non assomigliare alle versioni precedenti.
Con le mie immagini ho cercato di raccontare una storia che partisse dai bambini e dalla loro visione delle cose, una visione distorta perché animata dalla paura di affrontare l’abbandono, una visione davanti a cui tutto si presenta estraneo, minaccioso, crudele.
Quando ho concluso il lavoro ho saputo che l’illustratrice Susanne Jannsen stava terminando il suo “Hansel e Gretel”. Quando poi ho visto le sue immagini sono rimasto molto impressionato. Il suo approccio alla storia è magistrale e molto superiore al mio. Ho pensato seriamente di farla finita.

- A quale libro stai lavorando ora?
Sto terminando un fumetto con testo di Felipe Hernández Cava, “Soy mi sueño”, che sarà pubblicato proprio in questo mese di giugno da De Ponent. Ma sto pensando anche di inziare a lavorare su un nuovo testo di Pablo Albo dal titolo “Inés Azul” che verrà pubblicato da Thule.

- Che cosa ti piace di più del tuo lavoro di illustratore?
I giorni che trascorro lavorando senza interruzione, tutto il giorno, e vado a letto affaticato come un operaio o un contadino.

- Che rapporto hai col tuo pubblico?
Nelle conferenze e nelle presentazioni dei miei libri partecipano quelle persone che vogliono parlare con me o che, magari, chiedono la mia firma sulla loro copia del libro. Credo che l’essere umano provi una vera fascinazione per coloro che creano manualmente le immagini. Ed è bello, non c’è dubbio, vedere che c’è gente che è entrata in contatto col messaggio delle tue illustrazioni, lo ha fatto suo e, guardandole, prova delle sensazioni.

- Da piccolo avevi già le idee ben chiare sul tuo futuro?
Sì, volevo essere un disegnatore professionista e, da sempre, ho saputo che per fare questo avrei dovuto lavorare molto e disegnare tutti i giorni, che non mi dovevo abbattere ed avere una volontà ferma per non lasciarmi vincere da tutti quelli che qui, in una piccola città di mare di provincia, cercavano di smontarmi e dissuadermi dal mio intento. Al contrario finivano solamente per farmi diventare un patito che dipingeva anche di domenica.

- In alternativa che cosa avresti fatto?
Non c’era alternativa possibile. Si trattava di vita o di morte.

- Che libri preferisci?
Mi piacciono i libri che raccontano una storia ma anche quelli che mi catturano per come la storia è stata scritta. Questo ultimo aspetto può interessarmi perfino molto di più della storia in sé.

- Hai un libro del cuore?
“Mortal y rosa”, di Francisco Umbral. “Lolita”, di Nabokov. E i fumetti del “Teniente Blueberry”, di Charlier y Giraud.

- Ci sono dei personaggi delle fiabe, dei racconti, della letteratura a cui sei legato?
Peter Pan, Jim Bottone e Lucas el Maquinista, Atreyu, il Piccolo Principe, Dracula, Humbert Humbert, Francesillo.

- Qual sono i requisiti di una “bella figura”?
Comincio a stare più tranquillo quando quello che sto facendo assomiglia a Balthus o Leonardo o Piero della Francesca.

- E di un “bel libro”?
Che sia stato concepito come oggetto totale, il libro come oggetto artistico in sé: buon testo, buone illustrazioni, buona stampa, buona grafica, buona carta.

- Dall’Italia, ora, si guarda molto alla Spagna e alla sua vivacità culturale. Nel settore editoriale ci sono molte case editrici interessanti e innovative nelle proposte…
Sì, forse è così che si dice. Di fatto, ora mi ricordo che ultimamente ho conosciuto diversi colleghi italiani che si sono trasferiti in Spagna per disegnare o che lavorano per case editrici spagnole (Claudia Ranucci, Anna Castagnoli, Roberta Gorni...). In generale, come nel settore editoriale del fumetto, abbiamo assistito alla comparsa di una serie di piccole case editrici che hanno puntato su un prodotto di qualità, realizzato con molta passione e, talvolta, come nel caso di Media Vaca, con assoluta cura e accortezza. Mentre le grandi case editrici che, teoricamente, dispongono di maggiori mezzi per pubblicare buoni libri, propongono nei loro cataloghi delle vera robaccia. Un illustratore molto noto, membro della giuria dell’ultimo Premio Nazionale d’Illustrazione (un premio prestigioso che viene concesso dal nostro Ministero della Cultura) mi disse che era sconsolante vedere tra i libri che partecipavano al premio vere e proprie meraviglie prodotte da piccoli editori insieme a libri di grandi editori che rovinavano il lavoro degli illustratori per la scarsa qualità della carta, il disegno pessimo, l’impaginazione spaventosa e la stampa deplorevole.

- Un film che ti piace.
 “El sol del membrillo”, di Víctor Erice.

- Un musicista/cantante/genere musicale.
 Un italiano, Paolo Conte.

- Un ricordo particolare legato alla tua esperienza di illustratore.
Durante la presentazione di uno dei miei primi libri, “El Cementerio del Capitán Nemo”, in una festa organizzata dalla casa editrice Edelvives, c’era un pannello, un pannello enorme, col disegno della copertina del libro. Si trattava di un bambino con una camicia con le righe blu, una delle quali si prolungava fino a suggerire il mare. Mentre il bambino mi guardava da quel pannello tornavo con la mente alla mattina che lo avevo disegnato, sul mio tavolo, davanti ad una finestra luminosissima; tutto mi sembrava così strano e quel bambino sembrava dirmi: bene, ormai ce l’hai fatta, e adesso…?

- Il miglior complimento / La peggior critica
I complimenti sono pericolosi e d’altronde meglio stare attenti a chi te li fa. La peggior critica, la più feroce, uno se la deve fare da solo. Imparare a guardarsi da sé è fondamentale.

- Progetti per il futuro?
Il futuro è questo pomeriggio. Lavorerò su “Inés Azul” e forse farò degli schizzi su un quaderno.

 

CONSIGLI, SUGGERIMENTI E PROPOSTE

Agli editori
Meno libri ma migliori pubblicazioni

Agli altri illustratori
Nessun consiglio. Guardo il lavoro di tutti e da tutti imparo qualcosa: come fare o come non fare le cose.

Agli illustratori esordienti
Che non si stanchino mai di guardare. Che non accettino condizioni di lavoro che pregiudicano il lavoro di illustratori professionisti.

Ai lettori
Che leggano quello che desiderano.

Agli insegnanti
Che non confondano la pedagogia e la letteratura.

Ai genitori
Che non comprino ai propri figli letteratura pedagogica.

Ai bibliotecari
Che propongano libri, non giocattoli né trattati di auto aiuto.

http://pabloauladell.blogspot.com/
pabloauladell@yahoo.es

redatto il 16-06-2008
  stampa di Claudia Sonego
       
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